Un settore ‘a macchia di leopardo’ quello del wellness e del termalismo in Italia. Da una parte i grandi gruppi macinano fatturati sempre in corsa, con QC che mira a superare i 200 milioni di euro quest’anno e gli altri big player che avanzano con buone marginalità, primo tra tutti Aquardens che ha generato nel 2024 un ebitda margin del 42,8%, dall’altra però ci sono una miriade di piccoli stabilimenti gestiti da aziende familiari in forte difficoltà.
Uno scenario quindi a due vie, ulteriormente ‘spiazzato’ dagli ultimi dati di Rapporto Unioncamere-Isnart, che stimano in 24 milioni le presenze turistiche nelle località termali italiane, con un fatturato di queste ultime di oltre 5 miliardi di euro nel 2025, dei quali 3 miliardi generati dai visitatori internazionali (dati ottenuti da un campione di 7200 strutture della filiera). Queste cifre comprendono tutte le spese dei turisti nel territorio, e, nello specifico il rapporto parla di 2 miliardi di euro solo per alloggio e ristorazione, cui si aggiungono 1,9 miliardi per acquisti di servizi termali, wellness e attività ricreative (cultura, eventi, divertimenti e intrattenimenti per i vari target turistici) e 1 miliardo di euro per lo shopping (abbigliamento, calzature e accessori, enogastronomia e artigianato locale, altri prodotti del made in Italy).
Insomma, numeri che fanno pensare a un settore in salute, ma in realtà la maggior parte dei 300 stabilimenti termali italiani versa in grande difficoltà. Lo conferma Stefania Capaldo, consigliere delegato di Federalberghi Terme: “Nel 2016 le concessioni termali attive nella Penisola erano 504, affidate a 418 concessionari, e si è arrivati a oggi con una moria di piccole realtà, che hanno portato alla chiusura di circa 200 stabilimenti”.
Le motivazioni di questa ‘decimazione’ sono indubbiamente legate a più cause, tra cui il fatto che le gestioni sono prevalentemente familiari e in molti casi non c’è stata continuità per l’assenza di successione. Un altro fattore è legato alla riduzione della domanda, perché a fine anni ’90 è stato abolito il congedo straordinario per cure termali previsto dal Sistema sanitario nazionale per dipendenti pubblici e militari, a cui si è aggiunto l’aumento del ticket per tutte le prestazioni tra cui quelle termali. Ma sicuramente ha giocato un ruolo centrale il fattore ‘culturale’, per cui, fino a 10 anni fa, prendersi cura del proprio benessere in senso olistico non era tra le priorità delle scelte di vita e di tempo libero delle persone.
E tra tutti il peso economico è quello maggiore, come spiega Capaldo: “Si tratta di stabilimenti che necessitano di continui adeguamenti normativi, di manutenzione e di restyling in seguito ai nuovi standard di mercato. Le risorse richieste quindi sono elevate e le piccole aziende non riescono a far fronte a questi impegni. Ed è anche difficile trovare investitori, infatti molti stabilimenti chiusi rimangono invenduti, come Montecatini in Toscana o Castellammare e Agnano in Campania. Questi ultimi, pur essendo poco conosciuti, hanno fatto la storia del termalismo, addirittura ai tempi dei Borboni”.
Eppure, come spiega la rappresentante di Federalberghi Terme, vengono indette gare a ripetizione per questi stabilimenti pubblici, ma la base d’asta parte da prezzi di mercato a cui bisogna poi aggiungere ingenti capitali per ricostruire quasi ‘da zero’ il centro benessere dopo anni di chiusura. Un esborso di capitale gravoso per gli investitori.
Insomma, se non è la vendita, qual è la soluzione per i piccoli centri termali in difficoltà economiche? “Una svolta potrebbe venire dai ‘distretti termali ‘ – aggiunge Capaldo – cioè realizzare servizi intorno allo stabilimento, sia legati sempre al benessere sia invece territoriali, come ristoranti, alberghi, negozi. Come dice la stessa ricerca di Unioncamere-Isnart, bisogna costruire percorsi esperienziali, legando assieme l’esperienza delle terme con la fruizione del patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico del territorio”.
Capaldo fa riferimento al disegno di legge presentato dal vicepresidente del Senato e senatore della Lega Gian Marco Centinaio, che, tra le varie proposte per sviluppare il turismo del benessere in Italia, promuove la creazione di veri e propri distretti termali, in grado di integrare servizi sanitari, turistici ed economici. Il visitatore, infatti, non resta confinato dentro lo stabilimento, ma ricerca esperienze e prodotti del territorio, alimentando l’indotto.





