Nel settore del turismo in Italia vengono spesso applicati contratti collettivi di lavoro stipulati da soggetti non rappresentativi (associazioni datoriali e sindacali fantasma, sigle prive di legittimazione e rappresentatività). Sui rischi di un tale malcostume ha fatto luce il rapporto “Il dumping contrattuale nel settore turismo: quali rischi per le imprese”, realizzato da Federalberghi in collaborazione con l’Ente bilaterale nazionale del settore turismo e con Adapt, l’Associazione per gli studi sul diritto del lavoro fondata dal professor Marco Biagi.
Secondo le risultanze della ricerca, che si basa sui dati dell’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del Cnel, sull’analisi approfondita della normativa vigente e sulla giurisprudenza, i rischi connessi all’utilizzo di contratti collettivi di lavoro pirata sono quantificabili in diverse decine di migliaia di euro annui di maggiori costi, sia in termini di recupero di contributi spettanti da parte degli enti previdenziali, sia sotto forma di recupero dei crediti retributivi da parte dei lavoratori interessati.
Infatti, il costo vivo per l’impresa alberghiera ‘media’ (14 dipendenti) che si veda contestata l’applicazione di un contratto non legittimo può facilmente eccedere i 40mila euro annui, cui si aggiungono le ricadute in termini di impossibilità di ricorrere agli istituti contrattuali (contratti a termine, apprendistato, flessibilità dell’orario di lavoro, etc.) che il legislatore riserva ai cosiddetti contratti leader, come il Ccnl Turismo sottoscritto da Federalberghi, Faita e dalle controparti sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UilTuCs, applicato da oltre l’80% delle imprese e dei dipendenti del settore.
“Lo studio – afferma Giuseppe Roscioli, vicepresidente vicario di Federalberghi e presidente della Commissione sindacale della stessa organizzazione – chiarisce una volta per tutte quali sono i rischi che le imprese corrono affidandosi a soggetti privi di ogni legittimazione e rappresentatività ed esponendosi a ricadute economiche, normative e di immagine assai gravi: oltre al maggior costo dovuto al recupero dei contributi non versati, si pensi al contenzioso e alla perdita degli eventuali benefici derivanti dalle diverse forme di agevolazione. Uno scenario da incubo che giustifica la massima prudenza”.





