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Hotel al bivio: fondi o Ipo?

Brucoli Resort di Mangia’s in provincia di Siracusa

Hotel al bivio: fondi o Ipo?

by Cinzia Meoni
9 Ottobre 2023

Aprire il capitale ai fondi o tentare l’approdo a Piazza Affari sono le strade che i gruppi alberghieri italiani stanno sperimentando per crescere. Gli esperti suggeriscono: prima di tutto occorre separare il business immobiliare da quello della gestione.

 

L’hotellerie italiana è a caccia di risorse per rafforzare il posizionamento e investire sul know-how tecnologico, elementi indispensabili per operare ad alti livelli in un mercato sempre più competitivo. Finora la strada prediletta dai pionieri è stata l’apertura del capitale ai fondi, ma inizia a delinearsi una pattuglia di operatori che valuta, nel medio termine, l’approdo a Piazza Affari. Quale che sia la scelta, sembra che il settore debba ancor prima fare un altro passo, cioè separare proprietà e gestione degli asset, come afferma Alessio Candi, advisory & M&A director per Pambianco: “L’Italia è un unicum nel panorama internazionale dell’offerta di vacanze. Per questo mi attendo una crescita degli investimenti nel mercato dell’hotellerie, trainata dall’alto di gamma, da parte dei grandi player internazionali, dei fondi di investimento e dei maggiori operatori italiani”. Finora ad ostacolare questo percorso hanno concorso il passaggio da padre in figlio delle strutture familiari e l’unione, tipica della nostra realtà, di due business distinti: quello immobiliare, che presuppone una forte immobilizzazione di capitale, e quello gestionale, che necessita di flussi costanti di investimento. “Nessun grande gruppo dell’hotellerie internazionale detiene la proprietà delle mura” commenta Candi per poi proseguire: “Allo stesso tempo gli investitori istituzionali si suddividono tra fondi immobiliari, interessati a un rendimento stabile nel tempo, e realtà impegnate nella gestione dell’attività alberghiera dove i potenziali rendimenti (e rischi) sono più elevati”. Per questo, a giudizio dell’esperto di Pambianco, “la crescita e il consolidamento del settore passano dalla scissione dei due business”. Chi lo ha già fatto, brinda. Lo spiega Andrea Mangia, CFO di Mangia’s Resort & Club, ‘evoluzione’ di Aeroviaggi: “A dicembre 2021 abbiamo separato il business immobiliare da quello gestionale per sei delle 13 strutture allora detenute. Per l’attività immobiliare abbiamo aperto le porte del capitale a Blackstone, per la management company guardiamo allo sbarco sul listino principale di Piazza Affari tra tre-quattro anni”.

QUESTIONE DI VALUTAZIONI
Mangia’s, dunque, si pone come obiettivo il collocamento a valutazioni soddisfacenti con una capitalizzazione di almeno 600-700 milioni di euro. La riorganizzazione è stata consequenziale alla presa di coscienza di quanto la coesistenza di mura e gestione pesasse sulla valutazione della società. “Gli advisor contattati nel 2019 – sottolinea Mangia – per esaminare la possibile quotazione in Borsa, avevano valutato la società dieci volte il margine operativo lordo, un multiplo inferiore rispetto alla valutazione delle due attività prese singolarmente: 12-15 volte l’ebitda per il business immobiliare e 15-20 volte l’ebitda per le società di gestione”. Il manager rimarca come si parlasse all’epoca di una valutazione del gruppo intorno ai 150 milioni di euro quando i soli immobili ne valevano 230. Il percorso non è ancora stato completato per tutte le strutture del gruppo, ma la via intrapresa si è rivelata più che soddisfacente sia per le esperienze apportate dal partner per “base manageriale, best practice, strategie di finanziamento, spinta propulsiva tecnologica, velocità di crescita e aumento del capitale umano”, sia per la possibilità di sbloccare capitali (finora 100 milioni) da investire nell’espansione. I numeri danno ragione all’imprenditore: Mangia’s si appresta a chiudere il 2023 con un giro d’affari di 110 milioni (dagli 81 del 2022 e dai 50 del 2021) e un ebitda intorno ai 16,5 milioni (dagli otto del precedente esercizio). Il gruppo continua a cercare tra city hotel, alberghi sul Garda e sul Lago di Como e, entro inizio 2024, è atteso un altro accordo di gestione perché il gruppo sta valutando la possibilità di nuove operazioni sia con Blackstone che con primari fondi istituzionali, al fine di continuare nel percorso di sviluppo.

IN BORSA PER CRESCERE
Sulla stessa linea anche Graziano Debellini, presidente di Th Resorts e di Solfin Turismo (che con il 46% del capitale è tra gli azionisti di riferimento del gruppo). La società grazie all’ingresso, nel 2017, di Cassa Depositi e Prestiti (al 46% del capitale) preceduto dall’apertura del capitale all’Istituto Atesino di Sviluppo (all’8%), è passata in pochi anni da 19 a 32 strutture in gestione e da un fatturato intorno ai 35 milioni agli attuali 190 milioni. “Con l’euro e la crisi subprime, abbiamo preso coscienza che non avremmo potuto proseguire da soli” spiega Debellini. “Ai nostri soci chiediamo la condivisione non solo degli obiettivi economici, ma anche di quelli sociali”. Quanto al futuro, Th Resorts punta a crescere nella gestione, rafforzando la presa sulla montagna ed espandendosi sul mare in Italia e all’estero. L’imprenditore non esclude alleanze o fusioni con altri operatori e valuta il collocamento in Borsa al raggiungimento di un fatturato di almeno 300 milioni. Considerando che per il 2024 Debellini stima un giro d’affari di 260 milioni circa con una quarantina di gestioni, l’Ipo potrebbe essere vicina. Anche Alpitour World è tra i candidati alla quotazione in Borsa. A rimarcarlo, recentemente, è stato Giovanni Tamburi, numero uno di Tamburi Investment Partners (promotore di club deal che, dal 2017, hanno un investimento complessivo nel gruppo intorno al 70%). “La Borsa è lo sviluppo naturale per aziende che crescono, ma rappresenta anche una grande sfida e una responsabilità sul fronte delle relazioni, della compliance e della reportistica” sostiene Gabriele Burgio, dal 2012 numero uno di Alpitour, che definisce fondamentale l’apporto dei fondi in termini di “stabilità e sicurezza al management, dibattiti sulle strategie a lungo termine e contributi per la crescita”. Una crescita che, per quanto riguarda l’attività alberghiera, si traduce in un fatturato 2023 atteso a circa 180 milioni (sui 2,2 miliardi previsti per il gruppo) dai 135 milioni del 2022, con un ebitda margin al 16% circa. Quanto al futuro l’obiettivo è chiaro: “Location. Location. Location. Se per posizionarsi dobbiamo acquistare immobili lo facciamo (oggi le proprietà sono sei di cui tre in Italia), altrimenti entriamo nella gestione. Solo nell’ultimo anno abbiamo aperto cinque strutture con VRetrats e una con Voihotels. Non abbiamo budget, possiamo operare tramite capitale o prestiti ipotecari. Cerchiamo strutture di alto livello che possano integrarsi con quanto facciamo ed esprimere valore: in Italia mare, montagna e città, all’estero Africa e Asia” conclude il manager.

INIEZIONI DI CAPITALE
Un percorso simile è quello di Hnh Hospitality che, tuttavia, frena sull’Ipo. Il collocamento “è una delle opzioni che abbiamo previsto con i nuovi soci, ma forse è la meno probabile considerando che la volatilità del mercato e l’assenza di comparable rendono il processo rischioso” sostiene l’AD Luca Boccato, che ricorda le origini familiari della società. La svolta, avvenuta nel 2017 con l’ingresso degli investitori istituzionali (Siparex, a cui pochi mesi fa sono succeduti, con il 37,34% del capitale, Fondo Italiano d’Investimento Sgr con Eulero Capital), è stata possibile perché, spiega il manager, l’azienda era già strutturata per avere un socio di capitale. “Volevamo crescere ed eravamo convinti che, con la giusta iniezione di capitale, avremmo potuto accelerare il processo” racconta Boccato, secondo cui la presenza di soci istituzionali ha portato competenze, uno stimolo quotidiano a migliorare sistemi di reporting e controllo, network e standing. Quanto ai numeri, la società si avvia a chiudere il 2023 con oltre 105 milioni di fatturato (dai 71 del 2022 e dai 35 del 2021) e con un ebitda margin superiore al 15 per cento. “Possiamo crescere ancora molto, ma dovremo farlo in modo più selettivo. Il focus resta sulle gestioni, le mura sono un altro mestiere. Servono economie di scala e chiarezza degli obiettivi. Stiamo anche guardando a possibili acquisizioni di altre white label. E l’estero è un’opzione sempre più concreta” sostiene Boccato. Nuovi capitali anche per Bluserena, impegnata sul fronte della riorganizzazione seguita al recente passaggio del gruppo dalla famiglia Maresca ad Azora European Hotel & Leisure. Una vera e propria svolta culturale. Lo spiega l’AD Marcello Cicalò che si appresta a chiudere la sua prima stagione con un fatturato atteso a 104 milioni di euro (+8% sul 2022) e un ebitda al 20% circa. “Siamo impegnati a trasformare Bluserena da società familiare a società di un fondo d’investimento estero” sostiene Cicalò che poi aggiunge: “È un cambiamento anche nell’approccio strategico, nella responsabilità del management, nel marketing, nella reportistica e nell’analisi dei dati e, naturalmente, si usa molto di più l’inglese”. Per questo qualsiasi ulteriore tema è ritenuto prematuro dal manager che sostiene: “Al momento vogliamo strutturarci per crescere. Il mio obiettivo è ampliare il perimetro nei prossimi 24 mesi con almeno cinque strutture. Siamo aperti ad acquisizioni, leasing o management”.

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