Il settore alberghiero italiano ha necessità di maggiore consolidamento, di più scala e di piani di internazionalizzazione per competere a livello globale. Un tema già avvertito dal comparto e ribadito da Giampiero Schiavo, AD di Castello Sgr, durante l’Hospitality Forum 2026 organizzato dalla sua società e da Scenari Immobiliari.
Schiavo ha illustrato una ricerca in cui si evidenzia che i primi dieci gruppi italiani, insieme, non raggiungono un quarto delle camere gestite dal ventesimo operatore mondiale, che è l’americano Aimbridge. “Questo è un problema – ha affermato – e quello che serve oggi ai gruppi tricolore sono economie di scala e internazionalizzazione. L’assenza in Italia di gruppi quotati e di programmi fedeltà strutturati deve spingere al consolidamento. Inoltre l’Italia vede una penetration rate delle catene attorno al 5%, con una predominanza di catene nazionali, un indice di penetrazione nettamente inferiore sia alla Francia che ha il 21% che alla Spagna con il suo 34%”.
Per quanto riguarda i big mondiali, i primi 20 operatori per numero di camere si collocano in Usa (Marriott, Hilton, Wyndham, Choice, Hyatt, Best Western, Aimbridge) e in Cina (Jin Jiang, H World, Btg, Green Tree, Delonix, Dossen, Sunmei, Atour, Elong). Emergono anche Francia (Accor), Spagna (Keytel) e Uk (Ihg e Hotelrez).
“I primi quattro della classifica mondiale – ha aggiunto Schiavo – superano un milione di camere e hanno programmi fedeltà con centinaia di milioni di iscritti. Bonvoy di Marriott, per fare un esempio, ha più di 271 milioni di loyalty members. In Italia il primo gruppo per numero di camere è Th Group con 6.048 chiavi”.
L’AD di castello Sgr ha anche ribadito l’importanza per i gruppi alberghieri di aprire il capitale a investitori finanziari. Ad esempio, nel modello lease il fondo di private equity percepisce un canone indipendente dalla gestione; con il management contract invece partecipa direttamente al P&L operativo, condividendone rischio e upside. Le performance operative diventano un driver diretto del rendimento, trasformando il private equity da proprietario dell’immobile a owner attivo nella creazione di valore. Inoltre, il valore all’exit deriva dalla crescita dell’ebitda, dall’espansione dei multipli e dalla compressione dell’exit yield.





