L’effetto Trump sta causando molta incertezza nel mondo e, mentre l’incoming in America è già crollato, lo spauracchio di un rallentamento dei turisti statunitensi in Italia è all’ordine del giorno. La politica dei dazi, il crollo di Wall Street e soprattutto la svalutazione del dollaro potrebbero tenere lontano gli americani dall’Italia, che è diventata improvvisamente più expensive.
Va detto che la situazione è in evoluzione perché il dollaro, che ha perso circa il 5% dall’inizio dell’anno, è in fluttuazione e l’amministrazione Trump potrebbe modificare le politiche monetarie e internazionali.
Fatto sta che fino ad ora, guardando l’Italia nel suo complesso, non ci sono stati rallentamenti negli arrivi a stelle e strisce. Enit rivela a Pambianco Hotellerie che i ponti tra Pasqua e primo maggio hanno addirittura registrato un incremento degli americani in Italia, i cui arrivi sono cresciuti del 5 per cento.
Scendendo nello specifico delle città, le curve del turismo si muovono in modo differente. Venezia, ad esempio, ha riscontrato un rallentamento dei turisti d’oltreoceano, sia nel periodo appena trascorso sia per quanto riguarda le prenotazioni sull’anno. “Il booking degli americani al momento attuale – racconta Daniele Minotto, vice direttore dell’Associazione veneziana albergatori – si è ridotto rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Però questa riduzione di prenotazioni potrebbe essere determinata da un cambiamento della finestra di prenotazione, a causa dell’instabilità internazionale. L’anno scorso i turisti prenotavano quattro mesi prima, ora la booking window è strettissima, attorno a un mese e mezzo o anche meno. Inoltre, impattano anche l’incertezza finanziaria, perché alcuni turisti sono grandi investitori in Borsa, e il fatto che all’interno dell’Europa si stia svolgendo una guerra, anche questo non va dimenticato”.
Minotto precisa però che il confronto con l’anno scorso è difficile perché il 2024 è stato un anno record a Venezia, soprattutto perché c’era la Biennale d’arte che porta più turisti altospendenti. In ogni caso, la riduzione della finestra di prenotazione comporta un calo del fatturato, perché lo stock di camere invendute porta a un abbassamento delle tariffe. “Gli americani – conclude il vice direttore di Ava – rimangono comunque il primo mercato per Venezia, attorno al 20%, e generano tra il 25% e il 30% del fatturato complessivo”.
Per quanto riguarda il turismo Usa a Milano, c’è invece una sostanziale stabilità. “Il deprezzamento del dollaro incide sui flussi – specifica Maurizio Naro, presidente Federalberghi Milano Lodi Monza e Brianza – ma comunque l’Italia rimane ancora più a buon mercato rispetto all’America per un turista statunitense. Per ora, considerando che nel capoluogo lombardo c’è anche un forte traino del turismo business, non notiamo grandi cambiamenti negli arrivi e nelle prenotazioni degli americani a Milano”.





