La Spagna ha ordinato ad Airbnb di ritirare dalla sua piattaforma 66mila annunci di affitti per le vacanze che, secondo il governo di Madrid, sono in disaccordo con le norme vigenti del Paese. La maggior parte degli annunci del portale di affitti brevi da bloccare infatti non includerebbe l’indicazione del numero di licenza o registrazione, mentre altri non specificherebbero se il proprietario è una persona fisica o una società. Lo ha spiegato il ministro per i Diritti Sociali Pablo Bustinduy che in una nota ha affermato che l’obiettivo del provvedimento è porre fine alla “generale mancanza di controllo nel settore degli affitti per le vacanze”.
Il governo iberico ha ottenuto una prima vittoria sulla questione: il Tribunale Superiore di Giustizia di Madrid ha infatti già confermato il blocco dei primi 5.800 annunci di appartamenti turistici situati in Andalusia, Comunità di Madrid, Catalogna, Comunità Valenciana, Isole Baleari e Paesi Baschi. “Nessun interesse economico prevale sul diritto alla casa. Nessuna azienda è al di sopra della legge”, ha aggiunto a tal proposito Bustinduy. Ma il dibattito sulla questione degli affitti brevi in Spagna va avanti da anni e si collega all’evoluzione del turismo nelle città che ogni anno attirano milioni di persone. Tanto è vero che lo stesso primo ministro Pedro Sanchez lo scorso gennaio aveva detto: “La Spagna intende aumentare le tasse sugli affitti per le vacanze in modo che siano redditizi come un’azienda, mentre i residenti delle città del Paese sono alle prese con l’aumento delle pigioni. Non è giusto che chi ha tre, quattro o cinque appartamenti in affitto breve paghi meno tasse degli hotel o dei lavoratori”.
In Spagna, il problema degli alloggi è diventato molto sentito perché, da quando è scoppiata la bolla immobiliare più di 15 anni fa, l’edilizia non è riuscita a tenere il passo con la domanda. Secondo i dati ufficiali riportati dall’agenzia di stampa Reuters, a novembre 2024 in Spagna c’erano circa 321mila case con licenza per affitto breve, il 15% in più rispetto al 2020; senza considerare quelle che operano senza licenza ufficiale. Il governo segue altri provvedimenti forti che erano già stati presi lo scorso anno: a giugno 2024 infatti il sindaco di Barcellona Jaume Collboni aveva adottato una misura ancora più dura, ordinando il divieto totale degli affitti turistici entro il 2028; non rinnovando quindi le oltre 10mila licenze al momento in vigore per permettere gli affitti turistici di altrettanti appartamenti in tutta la metropoli.
Anche in Italia la questione degli affitti brevi è ‘calda’ per gli stessi motivi ed è infatti da anni messa sotto i riflettori da parte di Federalberghi. “La decisione adottata dal Governo spagnolo va nella direzione giusta – ha commentato in una nota proprio l’associazione degli albergatori -. Chiediamo che anche in Italia si faccia altrettanto e che vengano sanzionate le piattaforme che non rispettano le leggi dello Stato. Secondo i dati del Ministero del Turismo sono più di 82mila gli alloggi italiani ancora privi del codice identificativo nazionale, nonostante siano passati ormai quasi cinque mesi dall’entrata in vigore dell’obbligo di dotarsi del Cin e di pubblicarlo in tutti gli annunci”.
A seguito della vicenda, come dichiarato ieri tramite un suo portavoce, Airbnb comunque presenterà ricorso. L’azienda ritiene infatti che il ministero per i Diritti dei Consumatori non abbia l’autorità di prendere decisioni in materia di affitti a breve termine e che non abbia fornito un elenco comprovato di alloggi non conformi, poiché alcuni degli annunci incriminati sono stagionali e non turistici. Qualche giorno fa la stessa società americana aveva reso noti i risultati del primo trimestre 2025 che hanno visto un fatturato globale di 2,3 miliardi di dollari, in aumento del 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una performance, spiega la stessa Airbnb, trainata dalla crescita dei pernottamenti, nonostante una leggera diminuzione della tariffa media giornaliera.





